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L’intervista a Paolo Scudieri: “Green deal, bene lo stop, ma l’auto italiana va difesa dalla concorrenza cinese”

FOTO OTTIMA SCUDIERI
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L’intervista a Paolo Scudieri: “Green deal, bene lo stop, ma l’auto italiana va difesa dalla concorrenza cinese”

 

Scudieri, patron Adler e leader nazionale dell’Automotive: “Con il full electric settore a rischio, nel nostro Paese un taglio di manodopera di circa 75mila unità”.

Presidente Scudieri, la frenata della Commissione Ue sull’obbligo dei motori full electric dal 2035 è anche una sua vittoria…
«In effetti già dieci anni fa, all’inizio del mio primo mandato di presidente dell’Anfia (la filiera nazionale dell’automotive, ndr), era apparso chiaro che si stava percorrendo una strada sbagliata, con conseguenze molto gravi per il futuro di tutto il settore – risponde l’industriale napoletano Paolo Scudieri, patron del Gruppo Adler, leader internazionale dell’automotive, e presidente di SRM, il Centro studi collegato a Intesa Sanpaolo -. In particolare, ci eravamo subito resi conto che la nuova legislazione avrebbe ulteriormente allargato il gap tecnologico tra l‘Europa e i maggiori produttori mondiali di batterie provocando quelli che con un’espressione un po’ forte, lo ammetto, ma piuttosto eloquente, chiamai “omicidi immateriali”. La fine, cioè, di un comparto, quello dell’auto, responsabile per il solo 0,9% dell’inquinamento atmosferico globale».

Quanto ha pagato il Mezzogiorno, che resta l’area del Paese dove si produce il maggior numero di auto, a questa prospettiva?
«Un calcolo preciso è difficile. Posso però assicurare che la nostra previsione, ovvero un taglio di manodopera in Italia di circa 75mila unità, che sul piano europeo arrivava a 1,5 milioni, si è purtroppo in parte avverata. Pensi alla chiusura degli stabilimenti di grandi gruppi, in particolare in Germania ma non solo, con il licenziamento di decine di migliaia di operai travolti dal clima di incertezza delle compagnie sul futuro delle motorizzazioni. I casi di aziende in crisi anche in Italia e nel Mezzogiorno non sono stati certamente pochi e ripartire non è affatto scontato».

Ora che l’Ue ha dato il via libera alle motorizzazioni ibride, ai biocarburanti e all’idrogeno anche dopo il 2035, pensa che il rilancio per le aziende del Sud e in generale del settore sarà più realistico?
«Non ho alcun dubbio, anche se devo sottolineare che, nonostante il furore ideologico che ha ispirato la scelta iniziale dell’Ue, l’Italia ha sempre mantenuto un alto livello di competitività e ha saputo cambiare pelle, adattandosi al nuovo scenario. Se anche nell’immediato futuro verranno sostenute le regole del confronto e del dialogo sono convinto che i benefìci per le aziende italiane e meridionali in particolare saranno ancora più concreti».

Vuol dire che il dietrofront europeo non la convince ancora del tutto?
«Se dobbiamo guardare al bicchiere mezzo pieno, non c’è dubbio che avere ridotto dal 100% al 90% il livello obbligatorio di riduzione delle emissioni di scarico rappresenta un segnale incoraggiante. Ma restiamo comunque su una percentuale molto alta. E anche l’apertura ai nuovi carburanti non può far dimenticare che occorreranno comunque costi maggiori, pensi ad esempio all’idrogeno verde, che impatteranno inevitabilmente sull’investimento finale.

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